Uno storico processo per avvelenamento

Ottobre 1836. Sull’Edinburgh Philosophical Journal, il chimico britannico James Marsh (1794-1846) descrive un test di sua invenzione da impiegare nei casi di sospetto avvelenamento da arsenico e da antimonio. Il primo, precisa, in grado di produrre risultati convincenti per una giuria.

La procedura, semplice e spettacolare, prevede l’impiego di un tubo di vetro a forma di U, con un’estremità aperta e l’altra terminante con un beccuccio appuntito. Si sospende dello zinco all’estremità a punta; in quella opposta, si mescola con dell’acido il fluido che si sospetta letale. Quando il liquido e lo zinco s’incontrano, l’eventuale presenza di arsenico produce un gas chiamato arsina, che promana dal beccuccio. Si espone il gas alla fiamma, portandolo a combustione. Accanto alla fiamma si pone una superficie di porcellana a temperatura glaciale, sulla quale va a formarsi un deposito nero e brillante, chiamato “specchio di arsenico”.

 

Il test di Marsh

 

Il test di Marsh permette di individuare quantità anche minime di veleno. La sua importanza decisiva viene riconosciuta anche da Mathieu Joseph Bonaventure Orfila (1787-1853),  considerato il padre della moderna tossicologia, autore, tra il 1813 e il 1815, del fondamentale Traité des Poisons Tires des Regnes Mineral, Végétal et Animal, ou Toxicologie General.

 

Mathieu Joseph Bonaventure Orfila

 

Nel 1840, il test di Marsh permette di ottenere la prova decisiva nel processo a Marie Capelle, accusata di avere avvelenato suo marito.

Nata nel 1816, figlia di un colonnello che ha combattuto per Napoleone, Marie è rimasta orfana da adolescente ed è stata cresciuta a Parigi da una coppia di zii benestanti. Sposatasi nel 1839 con Charles Pouch-Lafarge, lo segue nella tenuta di quest’ultimo, a Le Glandier, presso Beyssac, in cui vivono sua madre e altri parenti.

In poco tempo, Marie apprende che Charles è vedovo, che ha dissipato il patrimonio della moglie precedente e che la fonderia di cui è proprietario si trova sull’orlo del fallimento. Con ogni evidenza, l’uomo ha deciso di sposarla al solo scopo di accaparrarsi la sua dote. La donna, però, sembra adattarsi facilmente alla propria situazione e si dedica ad apportare una serie di migliorie alla tenuta del marito.

 

Marie Capelle Lafarge

 

Nel dicembre 1839, Charles Lafarge deve recarsi a Parigi per affari. Rimasta a Le Glandier, Marie gli scrive, informandolo tra l’altro di avergli appena spedito dei dolci natalizi. Il 18 dicembre, Lafarge riceve in effetti un pacco che contiene una torta. Ne mangia una piccola quantità e viene assalito da crampi e nausea. Il 3 gennaio è costretto a fare ritorno a casa. Le sue condizioni si aggravano, i medici ipotizzano che sia affetto da colera.

Anna Brun, una pittrice che vive nella tenuta, afferma di aver visto Marie mescolare, nei cibi e nelle bevande del marito, una polvere bianca, dalla stessa custodita in una piccola scatola di malachite. La Brun, insospettita, raccoglie anche dei campioni di cibo e li nasconde.

Denis, il domestico di Lafarge, riferisce che, nei giorni precedenti, Marie aveva incaricato lui e il giardiniere Alfred di recarsi presso una farmacia ad acquistare dell’arsenico da impiegare contro i topi che abbondano nella tenuta. Il giardiniere conferma che la donna gli aveva chiesto di preparare un impasto velenoso proprio per debellare i ratti. Il che, in effetti, sembra inizialmente ridimensionare il sospetto che Marie intenda avvelenare Lafarge.

Tale sospetto si ripropone, però, il successivo 13 gennaio, quando la sorella di Charles scorge un deposito bianco sul fondo di un bicchiere di acqua zuccherata che Marie ha somministrato al marito malato. All’alba del 14, Charles Lafarge muore.

I medici del luogo, Bardou, Massénat e Lespinasse, con l’auto dei colleghi Lafosse e D’Albay, esaminano i resti di cibo nascosti dalla Brun e il contenuto della scatolina di malachite. Li sottopongono ai rudimentali esami tossicologici allora in uso. In particolare, esposti al calore, i reperti esaminati assumono una colorazione giallastra e sprigionano un forte odore d’aglio. I medici concludono, quindi, che contengano arsenico.

Ulteriori analisi del contenuto dello stomaco del morto giungono a risultati conformi a tale diagnosi e, il 25 gennaio, Marie viene arrestata con l’accusa di aver ucciso il marito.

Per difendere la donna, sua zia assume Maître Paillet, un celebre e abile avvocato, che subito contesta l’attendibilità delle conclusioni cui sono pervenuti i medici.

Paillet è a conoscenza dei recenti sviluppi delle analisi tossicologiche e chiede che le tracce già analizzate vengano sottoposte al test Marsh. La Corte incarica dell’analisi i Dubois, padre e figlio, farmacisti di Limoges e il chimico Dupuytren. Costoro, pur privi di specifica esperienza, applicano la procedura e, alla fine, dichiarano che le sostanze ed i liquidi presi in esame non hanno rivelato la minima traccia di arsenico.

L’accusa propone, allora, che proprio il noto e autorevole Mathieu Orfila ripeta il test Marsh e la difesa non può che associarsi alla richiesta. “La valanga della nuova scienza si è mossa”, scrive un cronista commentando la notizia, “né si potrà fermarla, finché non verrà alla luce la verità.”

Orfila giunge da Parigi il 13 settembre 1840 e procede nuovamente all’esperimento, lavorando un’intera notte.

Il giorno seguente, propone in aula le proprie conclusioni: “Quattro sono i punti fondamentali che dimostrerò: primo, nel corpo di Lafarge è presente dell’arsenico; secondo, questo arsenico non proviene né dai reagenti impiegati per le analisi, né dalla terra attorno alla bara (in particolare, l’esame della terra non ha portato alla scoperta di tracce di arsenico, per cui è del tutto da escludere che l’arsenico del cadavere provenga dal suolo); terzo, questo arsenico non deve essere confuso con quello naturalmente presente nel corpo umano (infatti, nel corpo umano, l’arsenico organico si localizza solo nelle ossa, per cui esso non entra neppure in discussione); infine, quarto, è possibile spiegare come mai i nostri risultati sono diversi dai precedenti (l’esiguità delle dosi impiegate nell’analisi e l’estrema sensibilità e difficoltà d’uso dell’apparecchio, assai difficilmente consentono a una persona inesperta di ottenere risultati positivi alle prime prove).”

Il consulente della difesa, il noto chimico François-Vincent Raspail (1794-1878), contesta gli esiti dell’esame, eccependone l’assoluta inattendibilità.

 

Caricature di François-Vincent Raspail e Mathieu Orfila nel corso del processo Lafarge

 

Il 19 settembre Marie Lafarge viene giudicata colpevole e condannata a morte, verdetto in seguito mutato in carcere a vita e lavori forzati; da questi ultimi la donna è successivamente dispensata. Rimane dieci anni in una cella-appartamento, scrive le proprie memorie (Mémoires, 1841; in seguito verrà dato alle stampe Heures de prison, 1854) e intrattiene rapporti epistolari con alcuni simpatizzanti, fra cui Alexandre Dumas padre.

Nel 1851 le viene accordata la grazia e, il 7 novembre 1852, muore di tubercolosi, proclamando fino all’ultimo la propria innocenza.

 

Marie Capelle Lafarge in prigione

 

La vicenda non ha mancato di suscitare, nel pubblico, accese polemiche che hanno visto contrapposti, come non è insolito che accada, innocentisti e colpevolisti. Questi ultimi hanno comprensibilmente posto a fondamento delle loro convinzioni gli esiti dell’esame condotto da Orfila in qualità di consulente dell’accusa. Del resto, a quanto risulta dalle fonti, anche la difesa sembra aver focalizzato la propria attenzione sul test di Marsh, non approntando altre possibili strategie processuali. Non è da escludersi, considera Wagner in proposito, che se l’avvocato che ha assistito Marie avesse impostato la propria difesa, ad esempio, sul fatto che le prove a carico dell’imputata erano state fornite da Anna Brun – che nutriva una spiccata antipatia per Marie fin dal suo arrivo a Le Glandier – il processo sarebbe forse approdato a esiti differenti.

 

Per approfondire:

S. Agostinis, Lineamenti di storia delle scienze forensi, Fano, Aras, 2007.

L. Marrone, Delitti al microscopio. L’evoluzione storica delle scienze forensi, Roma, Gangemi, 2014.

J. Thorwald, La scienza contro il delitto, Milano, Rizzoli, 1965.

E.J. Wagner, La scienza di Sherlock Holmes, Torino, Bollati Boringhieri, 2007.