“Sinceramente vostro, Jack lo squartatore”

Siamo a Londra, nel quartiere malfamato di Whitechapel. Tra l’agosto e il novembre 1888, almeno cinque donne vengono barbaramente uccise da uno sconosciuto che le aggredisce tagliando loro la gola e, successivamente, pratica sulle vittime devastanti mutilazioni. Tutt’ora si ignora l’identità dell’omicida, a fronte di numerose teorie in tal senso e di recenti tentativi di applicare al caso le moderne tecniche di investigazione scientifica.

Verso le tre del mattino del 31 agosto 1888, in Buck’s Row, nei pressi di uno dei numerosi mattatoi del quartiere, viene rinvenuta senza vita Mary Ann (“Polly”) Nichols, 43 anni. Una prostituta, come le vittime successive. Ha la gola recisa e il ventre dilaniato da decine di fendenti.

L’8 settembre successivo, un fattorino si imbatte nella seconda vittima, Annie Chapman, 47 anni. Il suo corpo giace nel cortile interno dello stabile sito al numero 29 di Hanbury Street.

La gola è tagliata e la testa quasi del tutto recisa dal busto, il ventre aperto: l’aggressore ha asportato parte degli organi interni.

Nei pressi della scena del crimine, la polizia rinviene un grembiule di cuoio e ciò la induce inizialmente a sospettare di John Pizer, un ebreo, proprietario di una bottega per la lavorazione del cuoio nel quartiere.

L’uomo, appunto soprannominato Leather apron (“grembiule di cuoio”), viene scagionato quando si accerta che il reperto appartiene a un inquilino del palazzo in cui ha avuto luogo il delitto. I testimoni forniscono scarse informazioni: qualcuno descrive lo sconosciuto aggressore come un uomo che indossa un berretto da cacciatore e reca con sé una valigetta nera.

 

Il rinvenimento di una vittima di Jack lo squartatore

 

Il 27 settembre, la Central News Agency riceve la seguente, delirante lettera, datata il 25: “Caro Direttore, continuo a sentir dire che la polizia mi ha catturato ma non mi fermeranno ancora. Ho riso assai quando si mostrano così abili e dicono di essere sulla pista giusta. Quella barzelletta sul grembiule di cuoio mi ha veramente divertito. Mi sono fissato con le puttane e non smetterò di squartarle finché non sarò preso. L’ultima volta è stato proprio un magnifico lavoro. Non ho dato alla signora il tempo di strillare. Come possono prendermi ora. Amo il mio lavoro e voglio ricominciare di nuovo. Presto sentirete ancora parlare di me e dei miei giochetti divertenti. Ho conservato un po’ della genuina sostanza rossa in una bottiglia di birra dall’ultimo lavoro per scriverci ma è diventata dura come colla e non posso usarla. L’inchiostro rosso va bene lo stesso spero ah. ah. Il prossimo lavoro che faccio strapperò le orecchie della signora e le manderò ai poliziotti giusto per scherzo, non è vero. Tenete questa lettera per voi finché non avrò fatto un altro po’ di lavoro, poi fatela uscire. Il mio coltello è così bello e affilato che mi viene voglia di rimettermi al lavoro subito se ne ho la possibilità. Buona fortuna. Sinceramente vostro Jack lo Squartatore Non mi dispiace usare un nome commerciale. PS Non sono stato abbastanza bravo da spedire questa prima di sporcarmi tutte le mani di inchiostro rosso maledizione Ancora niente fortuna. Adesso dicono che sono un dottore. ah ah.”

Si tratta di una delle numerosissime lettere giunte alle agenzie di stampa e ai giornali a ridosso dei delitti e la polizia non la ritiene significativa ai fini dell’indagine.

Tre giorni dopo, la notte del 30, Elizabeth Stride, 44 anni, viene rinvenuta senza vita da un cocchiere, in Berner Street (l’attuale Henriques Street), presso il cortile di un circolo di ebrei e tedeschi. Privo di mutilazioni, il cadavere presenta un profondo taglio alla gola, ancora sanguinante: secondo la polizia, l’aggressore non ha avuto la possibilità di praticare le mutilazioni perché disturbato dal sopraggiungere del cocchiere.

Poco dopo, la stessa notte, Catherine Eddowes, 46 anni, viene aggredita e uccisa mediante sgozzamento.

L’assassino si accanisce in modo particolare sul suo cadavere: ne sfigura il volto e pratica un unico taglio dall’inguine fino alla gola, estraendo gli organi interni.

Di questi, risulteranno in seguito mancanti i genitali e un rene. Un frammento del grembiule insanguinato della Eddowes viene, poi, recuperato all’ingresso di uno stabile sito tra Goulston Street e Wentworth Street, ai piedi di un muro su cui risulta vergato un graffito in gesso che recita: The Juwes are the men that will not be blamed for nothing (“gli Ebrei sono gli uomini che non saranno accusati per niente”).

Sir Charles Warren, capo della Metropolitan Police, ordina che la scritta venga rimossa, affermando di temere che essa possa fomentare rivolte antisemite. Va così perduta una traccia che si sarebbe probabilmente rivelata assai utile ai fini dell’indagine. Prima della cancellazione se ne realizzano alcune trascrizioni, che però presentano più di una discordanza.

Il 1º ottobre 1888 giunge una cartolina alla Central News Agency, il cui testo richiama lo stile della lettera del 25 settembre: “Non stavo scherzando caro vecchio Direttore quando vi ho dato la dritta, sentirete parlare del lavoro del dispettoso Jacky domani doppio evento questa volta numero uno ha strillato un po’ non ho potuto finire per bene. Non ho avuto il tempo di strappare le orecchie per la polizia grazie per aver tenuto l’ultima lettera per voi finché non fossi tornato al lavoro. Jack lo Squartatore”.

Secondo alcuni ricercatori, la cartolina sarebbe stata imbucata lo stesso giorno in cui è giunta a destinazione, quello successivo ai delitti, e dunque lo scritto potrebbe non ricondursi all’omicida ma, tra le ipotesi formulate, a un giornalista privo di scrupoli desideroso di alimentare il clima di terrore già dilagante in quei drammatici giorni.

Il 16 ottobre, George Lusk, capo del comitato di vigilanza di Whitechapel, istituito per supportare la polizia, in difficoltà nel garantire la sicurezza del quartiere, riceve un’altra missiva, allegata a una piccola scatola contenente la metà di un rene umano, conservato in alcol etilico. La lettera reca un singolare mittente, “Dall’inferno”, e dice: “Mr Lusk. Signore vi mando metà del rene che ho preso da una donna l’ho conservato per voi l’altro pezzo l’ho fritto e l’ho mangiato era squisito. Potrei mandarvi il coltello insanguinato con cui l’ho tolto se solo aspettate ancora un po’ firmato Prendetemi se potete Signor Lusk”.

Gli studiosi del caso tendono a ricondurre questa lettera all’omicida delle prostitute.

Lo sconosciuto torna a colpire il mese successivo. La vittima è Mary Jane Kelly, 25 anni circa. Il suo corpo viene scoperto il 9 novembre 1888 verso le dieci di mattina. Giace nel suo alloggio, al numero 13 di Miller’s Court, vicino a Spitalfields Market. Gola squarciata, viso mutilato e irriconoscibile, petto e addome aperti, con rimozione e manipolazione degli organi.

Secondo altri studiosi, sarebbero inoltre da attribuire a Jack lo squartatore anche l’omicidio di Martha Tabram (7 agosto 1888), di Alice McKenzie (17 luglio 1889) e di Frances Coles (13 febbraio 1891) ma ciò non è pacificamente accettato dalla storiografia criminologica.

 

Pianta di Whitechapel con i luoghi dei delitti

 

Come accennato all’inizio, le teorie sull’identità di Jack lo squartatore sono numerose e ragioni di spazio ci impediscono di considerarle tutte. Fra i sospettati, ad esempio, vi erano Montague John Druitt, un giovane avvocato di buona famiglia, probabilmente morto suicida nel novembre 1888; Michael Ostrog, ladro e truffatore di origine russa, dimesso dal manicomio pochi mesi prima dell’inizio degli omicidi; Aaron Kosminski, un barbiere ebreo-polacco affetto da schizofrenia e deceduto in manicomio nel 1919.

Taluni sostengono che i delitti sarebbero stati commessi per scongiurare l’eventualità che si risapesse del matrimonio segreto dell’erede al trono d’Inghilterra con una donna cattolica di basso livello sociale e amica delle vittime, unione dalla quale sarebbe nata una figlia.

Negli anni Novanta del Novecento si è inoltre prospettata l’ipotesi che Jack lo squartatore fosse James Maybrick, un commerciante di cotone di Liverpool, incluso tra gli indiziati all’epoca dei delitti e poi ucciso dalla moglie Florence.

Nel 2014 ha avuto un certo risalto la notizia della possibile identificazione dell’omicida tramite esame del DNA.

Da tracce biologiche presenti su uno scialle rivenuto accanto al corpo senza vita di Catherine Eddowes, si sarebbe risaliti all’impronta genetica di Aaron Kosminsky.

Un ulteriore studio in tal senso è stato riproposto più recentemente da David Miller, ricercatore presso l’Università di Leeds e Jari Louhelainen, docente di biologia molecolare presso la John Moores University di Liverpool.

La comunità scientifica ha invero rivolto più di una critica a tale lavoro. Alcuni ricercatori considerano, in primis, che non vi siano prove che lo scialle sia stato effettivamente rinvenuto sulla scena del crimine.

Lo stesso, tra l’altro, è di un tessuto molto pregiato, proveniente dalla Russia, e appare improbabile che possa essere appartenuto a una donna che viveva condizioni economiche assai precarie. Inoltre, il DNA recuperato è mitocondriale, non ritenuto idoneo a identificare un sospettato in modo conclusivo.

La vicenda continua a ispirare, oltre che studi scientifici, molte opere di fiction, spesso assai suggestive, anche se non sempre del tutto plausibili e rigorose dal punto d vista criminologico e storiografico.

L’interesse dei media per le gesta di Jack lo squartatore risulta del resto comprensibile: il suo mito, profondamente radicato nell’immaginario collettivo, è costantemente alimentato proprio grazie alla mancata identificazione dell’omicida, sottratto in tal modo alla sua dimensione più umana e quotidiana e, come altri serial killer di cui si ignora l’identità, assurto al rango di archetipo del male.

 

 

Per approfondire:

P. Begg, Jack lo squartatore. La vera storia. Torino, Utet, 2007.

L. Marrone, Delitti al microscopio. L’evoluzione storica delle scienze forensi, Roma, Gangemi, 2014.

M. Polidoro, Grandi gialli della storia. Un’indagine storica e scientifica, da Jack lo squartatore ai delitti del Mostro di Firenze, Alessandria, Piemme, 2006.

R. Whittington-Egan, Jack the Ripper. The Definitive Casebook, Stroud, Amberley Publishing, 2015.

https://www.smithsonianmag.com/smart-news/jack-rippers-dna-collected-shawl-though-doubts-linger-180971726/