Silvia Romano e ipotesi di Sindrome di Stoccolma, i casi al setaccio del criminologo

Si parla molto, in questi giorni, della sindrome di Stoccolma. I mass-media hanno comprensibilmente riservato grande risalto al ritorno in Italia di Silvia Romano. La giovane cooperante internazionale era stata rapita in Kenya il 20 novembre 2018 dal gruppo di jihadisti somali di al-Shabaab e liberata in Somalia tra l’8 e il 9 maggio di quest’anno.

E molto in rilievo è stata posta la notizia, confermata dalla stessa ragazza, della sua conversione all’Islam, avvenuta a quanto da lei riferito, per libera scelta, senza alcuna costrizione. La giovane ha assunto il nome di Aisha. “Sono serena e durante il sequestro sono stata trattata sempre bene”, ha inoltre dichiarato.

Secondo il Corriere della Sera, fonti investigative non escluderebbero che la Romano possa trovarsi in “una situazione psicologica legata al contesto in cui la ragazza ha vissuto in questi 18 mesi, non necessariamente destinata a durare nel tempo”. I giornali hanno fatto subito riferimento, in tal senso, alla nota sindrome di Stoccolma.

Più cauto, in proposito, lo psichiatra Massimo Di Giannantonio, presidente della Società italiana di psichiatria che, in una dichiarazione riportata dalla Stampa, ha tra l’altro ricordato che “le basi scientifiche per la dimostrazione incontrovertibile della presenza della sindrome di Stoccolma come categoria psicopatologica a se stante, non esistono. La controprova che non sia una sindrome scientificamente univoca è che non ve ne è traccia nel manuale statistico-diagnostico delle patologie psichiatriche che è il DSM-5”.

Non disponiamo ovviamente di elementi per avallare o escludere l’ipotesi. Ci limiteremo, quindi, a ripercorrere brevemente qualche vicenda legata alla sindrome di Stoccolma e a illustrarne alcuni aspetti.

È noto che le vittime di sequestro possono evidenziare una peculiare alterazione psichica, un atteggiamento di dipendenza e solidarietà nei confronti dei propri sequestratori, suscettibile, in certi casi, di assumere i tratti della vera e propria complicità.

La definizione di tale stato mentale, sindrome di Stoccolma appunto, si deve al criminologo Nils Bejerot (secondo alcune fonti, l’espressione sarebbe invece da attribuire all’agente dell’F.B.I. Conrad Hassel) e deriva da una vicenda avvenuta proprio nella città svedese.

 

Nils Bejerot

 

Il 23 agosto 1973, il trentaduenne Jan-Erik Olsson, evaso dal carcere, tenta una rapina presso la Sveriges Kredit Bank, prendendo in ostaggio tre donne e un uomo. Il rapinatore chiede e ottiene di essere raggiunto da Clark Olofsson, suo amico ed ex compagno di cella.

La prigionia e la convivenza forzata tra le vittime e i rapinatori si protrae per centotrentuno ore, decorse le quali i malviventi si arrendono e rilasciano gli ostaggi, senza aver posto in essere nei loro confronti alcuna violenza.

I successivi esami psicologici dei sequestrati evidenziano che, durante la prigionia, questi temevano più la polizia dei loro carcerieri. In proposito, le vittime riferiscono di comportamenti gentili dei sequestratori nei loro confronti. Kristin Enmark, una delle prigioniere, ricorda ad esempio che Olsson le ha dato una giacca di lana per proteggersi dal freddo, l’ha aiutata a calmarsi dopo un sonno funestato da incubi e le ha consentito camminare fuori dal caveau, sia pure legata a una corda.

 

Gli ostaggi della Sveriges Kredit Bank

 

La sindrome di Stoccolma viene evocata in altre vicende correlate a sequestri di persona.

Il 4 febbraio 1974, la giovane ereditiera Patricia Campbell Hearst viene rapita dal suo appartamento di Berkeley (California) dai componenti dell’Esercito di Liberazione Simbionese, gruppo dedito alla guerriglia urbana.

Insolita la richiesta di riscatto giunta, pochi giorni dopo, alla famiglia: per liberare la giovane, i rapitori chiedono che vengano distribuiti quattro milioni di dollari (in seguito la richiesta giungerà a quattrocento) ai poveri della California. I genitori della ragazza versano complessivamente sei milioni a una organizzazione di aiuti umanitari denominata “People of Need”.

La giovane donna, tenuta segregata, finisce per aderire alla causa dei suoi rapitori e giunge a cambiare il suo nome in Tania.

Il 3 aprile viene rivenuto un nastro magnetico con incisa una sua dichiarazione: “Mi è stata data la scelta di essere rilasciata in una zona sicura o di unirmi alle forze dell’Esercito di Liberazione Simbionese per la mia libertà e la libertà di tutti i popoli oppressi. Ho scelto di restare e di lottare.”

Inizia così a rapinare banche e a compiere attentati dinamitardi insieme ai suoi ex carcerieri. Viene arrestata il 18 settembre 1975.

Durante il processo, la difesa si richiama appunto alla sindrome di Stoccolma e alla possibilità che la donna sia stata vittima di lavaggio del cervello. In ogni caso, viene condannata a sette anni di reclusione, in seguito ridotti a ventidue mesi.

 

Patricia Hearst davanti alla Hibernia Bank, aprile 1974

 

Il 12 febbraio 1978, Giovanna Amati, figlia di un noto industriale cinematografico, viene rapita a Roma e rimane prigioniera di una banda di italo-marsigliesi per settantaquattro giorni. Liberata dopo il pagamento di ottocento milioni di lire di riscatto, la giovane continua a mantenere contatti con uno dei sequestratori, Daniel Nieto, con il quale concorda appuntamenti in codice. L’uomo viene arrestato proprio mentre si reca a un incontro con la ragazza, in via Veneto.

Si parla di sindrome di Stoccolma anche in occasione del sequestro di Aldo Moro, avvenuto il 16 marzo 1978. Il criminologo Franco Ferracuti esamina le lettere scritte dal Presidente democristiano durante la prigionia e conclude che egli sia giunto a identificarsi con il suo “aggressore”: “L’insieme delle considerazioni riportate finora”, scrive Ferracuti, “fanno ritenere altamente probabile che in questo momento le capacità di critica e di autodeterminazione della vittima siano almeno largamente compromesse.”

Le cause di tale fenomeno sono state variamente individuate dagli studiosi. Secondo alcuni, i legami affettivi derivano dalla condizione di dipendenza che viene a crearsi tra sequestrato e sequestratore. A tale condizione potrebbe ricondursi l’insorgere, nella vittima, di significativi problemi etici e di identità. Altri ritengono di poterlo spiegare ricorrendo al concetto freudiano di “identificazione con l’aggressore”. Secondo altri si tratta di un sentimento di gratitudine della vittima verso il rapitore che gli risparmia la vita. Cooper (1976) considera che, nella maggior parte dei casi presi in esame, soprattutto quelli relativi a sequestri particolarmente protratti nel tempo, può registrarsi un significativo sviluppo di condivisione emotiva tra terrorista e ostaggio.

Tre sembrano essere, secondo la letteratura specialistica, gli aspetti essenziali della sindrome:

  • l’insorgenza di sentimenti positivi da parte dell’ostaggio nei confronti del rapitore;
  • l’insorgenza di sentimenti negativi da parte dell’ostaggio nei confronti di chi dovrebbe essere preposto alla sua liberazione e che, rifiutandosi di aderire alle richieste dei sequestratori, pone invece in pericolo la sua vita;
  • reciprocità di sentimenti affettivi, tra sequestrato e sequestratore.

Secondo le testimonianze raccolte, legami positivi, in tal senso, possono riscontrarsi precocemente, anche fin dal terzo giorno di prigionia.

Perché il rapporto si sviluppi, è necessario l’instaurarsi di un “contatto positivo”, costituito, più che da specifici atti, dall’assenza di esperienze negative, come violenze o trattamenti brutali. Ciò favorirebbe appunto la condivisione emotiva, da parte dell’ostaggio, della situazione del sequestratore.

La sindrome di Stoccolma può coinvolgere ostaggi e rapitori di ogni età, sesso, nazionalità, collocazione socio-culturale e manifestarsi attraverso varie tipologie di sentimento, dall’amicizia, all’affetto paterno, fino all’amore.

Secondo uno studio dell’F.B.I. pubblicato nel 2007, comunque, l’insorgere di tali dinamiche risulta circoscritto a una percentuale limitata di vittime di sequestro. È dimostrato che soggetti con forte personalità e radicate convinzioni morali si siano rivelate immuni all’identificazione con i propri carcerieri e persino capaci di contrastarne l’intransigenza.

 

 

Per approfondire:

N. Bejerot, “The six day war in Stockholm”, in New Scientist, 886, 1974.

H.H. Cooper, “The Terrorist and the Victim”, in Victimology, 2, 1976.

M.M. Correra, P. Martucci, Elementi di criminologia, Padova, Cedam, 2013.

G. Jackson, Surviving the long night, New York, Vanguard, 1973.

F. Ochberg, “Victims of Terrorism: Psychiatric Considerations”, in Terrorism, 1, 1978.

T. Strentz, F. Ochberg, “La ‘Sindrome di Stoccolma’”, in F. Ferracuti (a cura di), Trattato di Criminologia, Medicina Criminologica e Psichiatria Forense, vol. IX, Milano, Giuffré, 1988.