Sherlock Holmes, la storia del medico-detective che ispirò il personaggio

“È certo che io devo a voi il personaggio di Sherlock Holmes”. Così Arthur Conan Doyle (1859-1930) scrive, nel maggio 1892, al dottor Joseph Bell. All’epoca i due si conoscono da tempo. Bell, nato a Edimburgo il 2 dicembre 1837, è per molti anni docente alla facoltà di medicina della locale Università, dove studia il futuro scrittore. Che, peraltro, oltre che allievo diviene, a partire dal 1878, suo assistente.

Secondo uno dei suoi biografi, Bell è “un uomo magro e sottile, con le dita lunghe e sensibili di un musicista, gli occhi grigi scintillanti di perspicacia […], il naso aquilino e il mento squadrato […] e una voce acuta.”

 

Il dottor Joseph Bell

 

Molto apprezzato per le sue capacità diagnostiche, Bell ama stupire studenti e colleghi sfoggiando la sua non comune attitudine all’osservazione e all’analisi inferenziale. Nella sua autobiografia, Conan Doyle riporta un significativo aneddoto in proposito. Osservando un paziente, è in grado di affermare che si tratti di un sottufficiale in congedo, che ha servito nel Reggimento delle Highlands in forza alla Barbados.

Spiega Bell al suo uditorio: “Costui è una persona rispettosa ma, entrando, non si è tolto il cappello. Nell’esercito, infatti, non lo fanno, ma se fosse stato congedato da un po’ di tempo, avrebbe già imparato i modi civili. Ha un aspetto autoritario ed è indiscutibilmente scozzese. Per quanto riguarda le Barbados, è perché lamenta un’elefantiasi, che è una malattia delle Indie Occidentali e non inglese.”

E proprio alla personalità di Joseph Bell, ai suoi tratti fisici e alle sue singolari capacità, Conan Doyle si ispira nel tratteggiare il personaggio di Sherlock Holmes, eccentrico studioso di criminologia dedito alle consulenze investigative, che esordisce nel 1887, con il romanzo Uno studio in rosso.

 

Arthur Conan Doyle

 

Del resto, oltre che alla medicina e all’insegnamento, lo stesso Bell si dedica, come consulente, all’investigazione criminale. Le fonti concordano nel definirlo un pioniere delle scienze forensi. Collabora spesso, in tale veste, con Henry Duncan Littlejohn, considerato il massimo esperto in materia dell’epoca.

“Il dottor Littlejohn […] ama lavorare consultandosi con i colleghi”, riferisce Bell in una dichiarazione riportata sul Calgary Historical Bullettin, “Per più di vent’anni tra noi c’è stata una profonda intesa e per lui è diventata una consuetudine chiamarmi a collaborare ai suoi casi.”

Tra tali casi, assai significativo è quello relativo alla morte di Elizabeth Dyer, alla cui soluzione è assai probabile che il giovane Conan Doyle abbia modo di assistere, proprio in qualità di collaboratore di Joseph Bell.

Eugène Marie Chantrelle, emigrato dalla Francia a Edimburgo, si mantiene impartendo lezioni di francese. Sposa una sua allieva, Elizabeth Dyer, da cui ha un figlio.

Il matrimonio è infelice, Chantrelle si vanta spesso in pubblico del fatto di possedere le conoscenze mediche necessarie ad avvelenare la moglie senza lasciare tracce.

Nell’ottobre del 1877, l’uomo stipula un’assicurazione sulla vita della donna per mille sterline. La polizza sarà pagata solo in caso di morte accidentale.

La mattina del 2 gennaio del 1878, una cameriera trova Elizabeth nella sua stanza in stato d’incoscienza. Il cuscino reca tracce di vomito. Nell’aria si avverte un marcato odore di gas.

Invece del medico di famiglia, Chantrelle si rivolge a un certo dottor Carmichael, che non ha mai avuto in cura Elizabeth. Questi esamina la donna e invia un breve messaggio al dottor Littlejohn: “Egregio signore”, scrive, “se vi va di vedere un caso di avvelenamento da gas di carbone, vi prego di venire”.

Joseph Bell accompagna Littlejohn sul posto. I due sospettano ben presto che i sintomi della signora Chantrelle siano conseguenti a un avvelenamento da narcotici più che, come sembra suggerire l’apparenza, a una prolungata e accidentale esposizione al gas che alimenta l’illuminazione della casa. La materia rimessa, presente sul cuscino, viene raccolta per le opportune analisi ed Elizabeth, condotta all’ospedale, non sopravvive.

L’esame autoptico non pone in evidenza tracce di narcotici nell’organismo della defunta. Nella materia rimessa viene, al contrario, riscontrato oppio in quantità letale. Fatto, questo, che non coglie di sorpresa i due medici: già all’epoca è noto che l’oppio non risulta rilevabile nei tessuti nel caso in cui la vittima sopravviva a sufficienza perché la sostanza venga assorbita dall’organismo.

In sede di indagine, viene anche condotto un attento esame dell’edificio in cui l’evento si è verificato: su un tratto di tubatura, la compagnia del gas individua una piccola falla non addebitabile alla normale usura dell’impianto ma, con ogni probabilità, conseguente a una manomissione. Una messa in scena, dunque.

Eugène Chantrelle viene arrestato per omicidio e, al termine del processo a suo carico, la giuria impiega poco più di un’ora per giungere al verdetto di colpevolezza, con conseguente condanna all’impiccagione.

Prima dell’esecuzione della pena, l’uomo si rivolge al dottor Littlejohn: “Addio, Littlejohn. Non vi dimenticate di fare i miei complimenti a Joe Bell. Vi siete dati un gran daffare per mandarmi sulla forca.”

Queste parole, che i giornali riportano fedelmente, strappano Joseph Bell a quell’anonimato cui tiene tanto. Il dottore non ama, infatti, rendere nota la sua attività di consulente investigativo, nell’ambito della quale, tra l’altro, fornirà un contributo anche alle indagini su Jack lo squartatore.

Joseph Bell continua a esercitare la professione medica fino all’età di sessantaquattro anni e conclude la sua esistenza terrena dieci anni dopo il suo ritiro, il 4 ottobre 1911.

In occasione della sua morte, l’Edinburgh Academy Chronicle scrive che “con la scomparsa del dottor Joseph Bell non solo il mondo accademico rimane privo del luminoso esempio di una difficile carriera intrapresa con onore e successo, ma anche la sua città perde un uomo dall’alto senso civico, rimanendo sensibilmente più piccola.”

 

Targa commemorativa dedicata a Joseph Bell

 

La sua personalità e il suo metodo di indagine vivono tutt’ora in uno personaggi letterari più profondamente radicati nell’immaginario collettivo, cui si sono ispirati e continuano a ispirarsi, oltre che numerosissimi epigoni nell’ambito della fiction, molti criminologi, scienziati forensi e investigatori.

“Basandomi sugli insegnamenti fondamentali della deduzione, dell’inferenza e dell’osservazione, ricevuti da voi”, scrive Conan Doyle a Joseph Bell, appunto riferendosi a Sherlock Holmes, “ho cercato di costruire un personaggio che portasse tutto questo agli estremi – a volte anche oltre – e sono lieto che i risultati vi soddisfino, voi che siete il critico che ha più diritto alla severità.”

 

Fotogramma del film A study in scarlet (1914) tratto dall’omonimo romanzo di Conan Doyle

 

 

 

 

Per approfondire:

M. Booth, The Doctor and the Detective. A biography of Sir Arthur Conan Doyle, New York, Dunn Books/St. Martin Minotaur, 2000.

A. Conan Doyle, Ucciderò Sherlock Holmes. Memorie e avventure del creatore del celebre detective, Milano, Rosa & Nero, 1987.

E. Liebow, Joe Bell. Model for Sherlock Holmes, Madison, Popular Press (University of Wisconsin Press), 2007.

A. Lycett, Conan Doyle. L’uomo che inventò Sherlock Holmes, Milano, Excelsior 1881, 2011

L. Marrone, Dalla scena del delitto al criminal profiling. Temi di investigazione criminale, Roma, EdUP, 2015.

S. Smith, Mostly Murder, London, George H. Harrap & C., 1960.

E.J. Wagner, La scienza di Sherlock Holmes, Torino, Bollati Boringhieri, 2007.