Sanguinoso delitto nella Roma del dopoguerra

Piazza Vittorio Emanuele II, a Roma, in una foto d’epoca

 

Roma. Alle 10,20 circa di venerdì 19 ottobre 1945, un uomo di nome Enrico Ponti si reca a casa  di sua cugina, Angela Barrucca. La donna, trentaquattrenne, vive all’interno 13 dello stabile sito in piazza Vittorio Emanuele II n. 70. È sposata con il commerciante Pietro Belli, da cui ha avuto tra figli, il più piccolo dei quali, Gianni, ha due anni e mezzo. La famiglia ha un discreto tenore di vita, in un momento storico particolarmente drammatico quale quello dell’immediato secondo dopoguerra, in cui l’Italia si dibatte nelle difficoltà conseguenti al conflitto appena conclusosi.

Giunto sul pianerottolo dell’appartamento in cui abita la Barrucca, Ponti si insospettisce: la porta di ingresso dell’abitazione è accostata. Entra in casa e, sul divano del salotto, scopre con raccapriccio il cadavere di Angela. Ha il volto coperto da un drappo rosso, intriso del sangue proveniente dalla gola dilaniata. Intorno, evidenti tracce di una furiosa colluttazione. In bagno, all’interno della vasca, Ponti rinviene poi il cadavere del piccolo Gianni, anch’esso con la gola profondamente lacerata, la testa quasi del tutto recisa dal collo.

 

Angela Barrucca e il piccolo Gianni

 

Il portiere dello stabile, immediatamente informato del duplice omicidio, chiama la polizia.

I primi agenti giungono in loco alle 10,45, raggiunti poco dopo dal dottor Marrocco della Squadra Mobile e dai suoi collaboratori. Enrico Ponti, cugino dell’uccisa e la donna che occasionalmente aiutava la vittima nelle pulizie di casa risultano estranei ai fatti, così come il portiere.

Questi fornisce però agli investigatori informazioni assai utili. Poco prima del delitto, egli ha infatti visto entrare nello stabile due giovani donne, che spesso si recavano a far vista proprio alla Barrucca.

Le sconosciute, prima dell’arrivo di Ponti, si sono poi frettolosamente allontanate dal palazzo, recando con sé due valige che sembravano assai pesanti.

Su un muretto dei giardini di piazza Vittorio, viene inoltre rivenuto un coltello da  cucina macchiato di sangue, presto identificato come l’arma del delitto.

Così “Il Popolo” del 20 ottobre 1945: “Dai primi interrogatori si è potuto appurare che le due ragazze si recavano spesso dalla signora Belli e che dopo ogni loro visita la signora doveva lamentare piccoli furti. Sulle due ragazze si concentrano i sospetti […].”

Due giovani donne ricercate dalla polizia si recano, poco dopo il delitto, presso l’Ospedale San Giovanni, non lontano da piazza Vittorio. Mostrano delle ferite che affermano conseguenti a un incidente automobilistico, chiedendo di essere medicate.

Dalle dichiarazioni del personale paramedico dell’ospedale, a quanto riportato dalle fonti, sembra potersi ipotizzare che il fermo delle due sia avvenuto proprio presso il nosocomio. Il dottor Marrocco della Squadra Mobile dichiara invece ufficialmente che le donne sono state arrestate alle 16,30, in piazza Risorgimento, mentre si apprestavano a prendere una corriera diretta a Colleferro, una cittadina tra la provincia di Roma e la Ciociaria. In ogni caso, le due vengono identificate come Franca e Lidia Cataldi, rispettivamente di diciassette e ventidue anni.

 

Franca e Lidia Cataldi

 

Dalle dichiarazioni rilasciate da Lidia Cataldi alla Squadra Mobile il 22 ottobre, si appura che la donna conosceva Angela Barrucca fin all’infanzia, avendo abitato nello stesso stabile a Colleferro. Angela, poi, si era trasferita a Roma dopo il matrimonio con il Belli. Nell’ottobre 1943, le sorelle Cataldi erano state costrette, dagli eventi bellici, a riparare presso Velletri e, in seguito, erano state collocate dai tedeschi nel campo profughi di Cesano. Dopo la Liberazione, a quanto risulta dalle cronache dell’epoca, Angela aveva più volte sostenuto economicamente le amiche. Taluni, in seguito, hanno adombrato, senza riscontri, la possibilità che la vittima potesse essere dedita all’usura.

Si prospetta, comunque, la seguente dinamica degli eventi: giunte presso l’abitazione della Barrucca, le sorelle Cataldi avrebbero reiterato le loro pretese economiche, con le quali avevano iniziato ad assillare l’amica. Al rifiuto di Angela, Franca e Lidia l’avrebbero dunque aggredita e uccisa con il coltello in seguito rivenuto. Sulla provenienza dell’arma (attualmente conservata presso il Museo Criminologico di Roma) le fonti consultate non concordano: secondo alcune, le sorelle Cataldi l’avrebbero rivenuta in casa della vittima; secondo altre, le autrici dell’aggressione l’avrebbero invece recata con sé e ciò accrediterebbe, ovviamente, l’ipotesi della premeditazione.

 

L’arma del delitto, conservata presso il Museo Criminologico di Roma

 

Dalle dichiarazioni di Franca Cataldi agli investigatori: “Quando io reggevo Angelina per i piedi, nella lotta mi sono trovata tra le due e non so chi tra esse mi abbia ferito alla mano con il coltello. Ho visto bene il coltello solo dopo un poco e poco prima che mia sorella lo mettesse nella gola dell’Angelina. […] io ero ai piedi del divano ma non riuscivo più a reggere i piedi dell’Angelina, perché la mano mi faceva male a seguito della ferita riportata. Dopo che la Lidia ha sgozzato l’Angelina, costei è caduta per terra dal divano. Dopo io con un panno mi sono fasciata la mano e trovandomi nel corridoio avanti il salottino ho visto il bambino nell’altro corridoio davanti alla porta del bagno. Ho visto che Lidia prendeva […].”

Qui si interrompe il frammento di verbale di cui disponiamo. Il corpo senza vita del piccolo Gianni è stato, come detto, rivenuto proprio nel bagno, sgozzato a sua volta. Aggressione, questa, che non ha comprensibilmente mancato di suscitare, nel pubblico e negli investigatori, raccapriccio e sdegno, per la sua feroce, inaudita gratuità.

Dopo il delitto, le donne hanno riempito due valigie con alcuni oggetti di valore presenti in casa, compresa una pelliccia di volpe argentata, di proprietà della vittima (due pellicce, secondo alcune fonti).

Il 23 ottobre si tengono i funerali delle vittime che costituiscono, secondo Armati e Selvetella, uno dei più importanti e sentiti eventi della Roma liberata. La cerimonia ha luogo presso la chiesa di Sant’Eusebio, all’angolo nord di piazza Vittorio. Vi partecipano migliaia di persone.

Lo stesso giorno, un’altra folla, composta quasi esclusivamente da donne, si raduna sotto il braccio femminile del carcere di Regina Coeli: si è sparsa la voce che le sorelle Cataldi vi verranno trasferite a breve. All’arrivo delle detenute, i carabinieri sventano un tentativo di linciaggio.

Nel corso del processo, che si concluderà sette anni dopo, le imputare paleseranno atteggiamenti diversi: Lidia del tutto priva di emozioni, Franca spesso in lacrime. La prima verrà condannata all’ergastolo, con quattro anni di isolamento diurno, e a una pena pecuniaria di quarantamila lire; la seconda a trent’anni di reclusione e a una pena pecuniaria di ventimila lire. Il ricorso in appello sarà respinto.

Non è insolito che i casi di cronaca nera, specialmente i più eclatanti, costituiscano fonte di ispirazione per opere letterarie o pellicole cinematografiche.

Anche il delitto delle sorelle Cataldi sembra aver avuto questa sorte, fornendo utili spunti per uno dei romanzi più significativi della letteratura italiana del secondo dopoguerra.

Quer pasticciaccio brutto de via Merulana di Carlo Emilio Gadda (1893-1973), apparso a puntate sulla rivista “Letteratura” nel 1946 e riunito in volume, con revisioni e ampliamenti, nel 1957, è incentrato sulle indagini relative a un cruento omicidio commesso in un palazzo di Roma.

Alcuni studiosi hanno posto in evidenza molte analogie, in termini di descrizione della scena del crimine e di dinamica dell’evento, tra la vicenda letteraria e il delitto commesso dalle sorelle Cataldi.

Nell’opera si fa anche riferimento a un furto di gioielli. Possibile, in questo senso, che l’Autore del romanzo abbia per così dire ibridato, trasfigurandoli, il caso di piazza Vittorio con un altro episodio di cronaca accaduto a Roma nel giugno 1945: l’omicidio di Maria Laffi, per cui sarà condannato Luigi Tirone. Nonostante si siano evocati in proposito scenari e moventi politici, le fonti sembrano concordare sul fatto che l’uomo abbia agito per rubare appunto gioielli della vittima.

 

Lo scrittore Carlo Emilio Gadda

 

Per approfondire:

A. Accorsi, M. Centini, I grandi delitti italiani, risolti o irrisolti, Roma, Newton Compton, 2005.

C. Armati, Y. Selvetella, Roma criminale, Roma, Newton Compton, 2005.

P. Di Stefano, Il vero delitto dietro il “Pasticciaccio” di Gadda, in “Corriere della Sera”, 26 luglio 2007.