Nella mente del criminale

Il comportamento riflette la personalità. Da qui prende le mosse il criminal profiling, una specifica tipologia di indagine criminologica a cui, negli ultimi anni, i media, trattando casi di cronaca particolarmente efferati, non mancano di fare frequenti riferimenti.

Il profiler è, poi, una presenza costante nell’attuale letteratura poliziesca, al cinema e nelle fiction televisive.

In sintesi, il criminal profiling è una prospettiva analitica tesa a formulare ipotesi sulle caratteristiche soggettive dell’autore sconosciuto di un reato, partendo dall’analisi delle tracce che questi lascia dietro di sé sul luogo del fatto e, in generale, di ogni altra risultanza investigativa.

Una traccia materiale costituisce, infatti, spesso anche una traccia comportamentale, che si auspica utile per la comprensione delle peculiarità del soggetto da cui proviene, del suo stato mentale, delle sue capacità di pianificazione ed esecuzione, del suo rapporto con la vittima.

In questo senso, il profiling è una tappa ineludibile dell’indagine criminale, un suo sviluppo indispensabile, cui ogni investigatore necessariamente approda, anche senza averne piena consapevolezza.

Ci si riferisce spesso, nella realtà e nella fiction, all’attività del profiler ponendola in relazione con le sole indagini sui delitti seriali. Se ciò non esaurisce l’ambito di impiego di tale approccio investigativo, è pur vero che la reiterazione di un atto criminoso da parte del medesimo soggetto accresce la quantità di indizi – comportamentali, oltre che materiali – lasciati dal colpevole sulla scena e sulla vittima.

Efficaci prefigurazioni di tale metodica si ritrovano nella letteratura poliziesca delle origini: nei racconti di Edgar Allan Poe con protagonista Auguste Dupin (in particolare, I delitti della Rue Morgue e Il mistero di Maria Roget), nelle opere di Arthur Conan Doyle dedicate a Sherlock Holmes, nei racconti di padre Brown di Gilbert Keith Chesterton.

Il primo esempio di criminal profiling, non ancora codificato in un preciso protocollo, può essere considerato quello elaborato, nel 1888, dal dottor Thomas Bond (1841-1901), medico impegnato nelle indagini sui delitti di Jack lo squartatore.

 

Thomas Bond

 

Questi esegue l’autopsia sull’ultima vittima del serial killer, Mary Jane Kelly e, nella sua relazione, formula anche ipotesi sulla patologia mentale da cui l’omicida seriale potrebbe essere affetto e suggerisce possibili strategie investigative per individuarlo.

Lo psichiatra James Brussel (1905-1982) traccia in seguito un dettagliato profilo “psico-sociale” di “Mad Bomber”, un dinamitardo che terrorizza New York tra gli anni Quaranta e Cinquanta del Novecento. Grazie a esso, la polizia riesce a individuare l’autore degli attentati, George Metesky, le cui caratteristiche si rivelano quasi del tutto sovrapponibili a quelle ipotizzate dallo psichiatra.

 

L’arresto di George Metesky, conosciuto come Mad Bomber

 

Anni dopo, Brussel fornisce un significativo apporto anche alle indagini sui delitti dello Strangolatore di Boston.

Nel 1972, presso l’Accademia dell’F.B.I. a Quantico (Virgina), Howard Taten e Patrick Mullany creano uno specifico programma di profilo criminologico e, lo stesso anno, sempre nell’ambito del Bureau, Jack Kirsch costituisce l’Unità di Scienze Comportamentali (attualmente, Unità di Analisi Comportamentale).

A tali ricerche forniranno, tra gli altri, utili contributi John Douglas, Robert Ressler, Roy Hazelwood, Ann Burgess e Dick Ault.

La recente serie tv Mindhunter, prodotta da Netflix e tratta dall’omonimo libro di John Douglas, ricostruisce in modo molto efficace e avvincente gli studi criminologico-comportamentali compiuti dai membri dell’Unità tra gli anni Settanta e Ottanta.

 

L’Accademia dell’F.B.I. a Quantico (Virginia)

 

Riferisce Roy Hazelwood: “Inizialmente chiamammo il nostro lavoro ‘profiling psicologico’, ma alcuni specialisti di malattie mentali si lamentarono che il termine era fuorviante, e avevano ragione. Così cominciammo a definire il processo ‘profiling della personalità criminale’. Ancora una volta, urtammo la sensibilità di qualcuno. Dopo tutto, cosa ne sapeva un gruppo di agenti dell’F.B.I. della personalità umana? Cambiammo di nuovo, questa volta in ‘analisi investigativa criminale’ e, poiché nessuno trovò da ridire, la denominazione rimase.”

Tali studi hanno delineato i concetti cardine su cui fondare l’elaborazione di un profilo criminologico, ripresi e talvolta riformulati da studiosi successivi.

In breve, e certo senza la pretesa di esaurire l’argomento, le categorie analitiche attraverso cui “leggere” le tracce materiali di un evento criminoso, così come prospettate dall’F.B.I., sono:

Classificazione organizzato-disorganizzato: la personalità dell’offender si riflette sul suo modo di gestire la scena del crimine e, quindi, sulle tracce in essa riscontrabili. In ogni scena è necessario ricercare indizi di organizzazione e di disorganizzazione, correlate appunto con l’approccio operativo del criminale.

Modus operandi: il comportamento del criminale dinamico, razionale, soggetto a evoluzione, teso a ottimizzare i benefici e a ridurre i rischi dell’azione criminosa.

Personation e signature: statica, non razionale, è la proiezione, sulla scena, delle fantasie dell’offender, va oltre ciò che risulta strettamente necessario al compimento del crimine. La medesima personation in più di una scena costituisce la signature (“firma”) dell’offender.

Staging: deliberata alterazione della scena per sviare le indagini. In genere, attesta la sussistenza di un rapporto tra vittima e offender, ma può riscontrarsi anche in casi non classificabili come crimini.

Vittimologia: la storia completa della vittima, tenta di comprendere perché un determinato soggetto sia rimasto vittima di un determinato crimine.

Alcuni studiosi negano che il profiling possieda i tratti e le attitudini di una scienza. Altri si impegnano nell’elaborazione di un protocollo analitico che, per rigore e completezza, consenta ad esso di acquisire connotazioni appunto scientifiche.

Il dibattito in materia è ancora aperto. Secondo un contributo di alcuni anni fa (Chelo, 2014), comunque, la scientificità del profilo criminologico non ha ancora ricevuto un avallo universalmente condiviso dagli esperti.

Certo, nella sua attività, il profiler si misura con variabili e incognite tali da far apparire, sotto più di un aspetto, condivisibile l’idea che un simile approccio investigativo consista in una sorta di sintesi tra il rigore dell’analisi dei dati alla luce delle categorie criminologiche e la capacità di immedesimarsi nelle dinamiche psico-sociali dell’offender. Tra ragione e istinto, potremmo dire, tra scienza e arte.

Nella fiction lo afferma Hannibal Lecter all’inizio del film Red Dragon (2002), tratto dall’omonimo romanzo di Thomas Harris (“Lei può assumere il punto di vista emotivo di altre persone, anche di quelle che la spaventano e la disgustano”, dice il personaggio al giovane profiler protagonista, “è un dono scomodo, ho l’impressione”).

In tal modo, egli fa propria l’opinione dei criminologi Ronald e Stephen Holmes, espressa in un loro contributo che dedica all’argomento uno specifico paragrafo intitolato appunto: Criminal profiling: An art, not a science”.

Il già citato Roy Hazelwood afferma in proposito che l’analista comportamentale, oltre a coltivare irrinunciabili conoscenze della casistica criminologica e attitudini al rigore logico, “deve essere capace di vedere il crimine dalla prospettiva del criminale: deve pensare come lui. Per riuscirvi, occorre una particolare forma mentis, poiché un crimine aberrante di solito ha un senso solo per chi lo commette, non per la vittima e sicuramente non per la società.”

Una tipologia di analisi che, se validamente applicata, può quindi rivelarsi utile a orientare il lavoro degli investigatori, fornendo un inquadramento criminologico dell’evento delittuoso e di chi lo ha compiuto e permettendo in tal modo di focalizzare l’attenzione su soggetti con determinate caratteristiche.

Una attività, dunque, di indirizzo e di supporto, che certo non si rivela idonea a sostituire le tradizionali tecniche di indagine, quanto piuttosto a integrarle. “Di per sé, raramente un profilo risolve un crimine”, considera ancora Hazelwood, “per quanto ne so, è avvenuto solo poche volte. Tuttavia, può riattivare un’indagine arrivata a un punto morto generando nuove idee o, per dirla con Szent-Györgyi, ‘pensando ciò che nessun altro ha pensato.’”

 

 

 

Per approfondire:

A. Chelo, Le prime indagini sulla scena del crimine. Accertamenti e rilievi urgenti di polizia giudiziaria, Padova, Cedam 2014.

J. Douglas, M. Olshaker, Mindhunter. La vera storia del primo cacciatore di serial killer americano, Milano, Longanesi, 2017.

R. Hazelwood, S.G. Michaud, Ossessioni criminali, Roma, Edizioni Mediterranee 2009.

R.M. Holmes, S.T. Holmes, Profiling violent crimes: an investigative tool, Los Angeles, Sage 2009.

L. Marrone, Lezioni di criminologia, Roma, Edizioni Kappa, 2018.

M. Picozzi, A. Zappalà, Criminal profiling. Dall’analisi della scena del delitto al profilo psicologico del criminale, Milano, McGraw-Hill, 2002.