L’assassino dell’acido

Una donna scompare

Febbraio 1949. Olive Durand-Deacon è un’agiata vedova sessantanovenne, che da quattro anni vive nel lussuoso Onslow Court Hotel di South Kensington. Qui conosce il quarantenne John George Haigh, a sua volta ospite dell’albergo. Parlando, gli confida di essere interessata all’imprenditoria e, in particolare, alla manifattura di unghie artificiali. L’uomo la invita quindi a visitare una sua fabbrica sita a Crawley, nel Sussex occidentale, per valutare se i suoi impianti possano essere appunto adibiti alla produzione di unghie cosmetiche. I due decidono di incontrarsi il 18 febbraio.

Il 20 successivo, in albergo, Haigh manifesta preoccupazione per la perdurante assenza della donna. Riferisce di aver convenuto con lei di incontrarsi ai magazzini della Marina Militare, dove la donna aveva in programma di recarsi per delle commissioni; da lì, i due avrebbero dovuto raggiungere in auto la fabbrica di Haigh. La donna, però, non si è recata all’appuntamento, né ha dato sue notizie. Un’amica della scomparsa, Constance Lane, informa la polizia.

Nelle prime fasi dell’indagine, il sergente Lambourne, cui il modo di atteggiarsi di Haigh risulta particolarmente sgradevole, effettua dei controlli negli archivi della polizia e accerta che l’uomo è stato ripetutamente condannato per frode e furto.

Una perquisizione della fabbrica di Haigh, nel Sussex, rivela che questa è essenzialmente un magazzino, al cui interno vengono rinvenuti, tra l’altro, un revolver Enfield .38, con relative munizioni, delle vesti protettive di gomma, la ricevuta di una tintoria del 19 febbraio relativa a un cappotto di karakul molto simile a quello indossato della Durand-Deacon e tre recipienti di acido solforico.

Alcuni giorni dopo, in un negozio, è possibile recuperare i gioielli della signora scomparsa: il proprietario riferisce di averli acquistati per cento sterline.

Il 28 febbraio, Haigh è sottoposto a interrogatorio dall’ispettore Albert Webb. Durante il colloquio, risulta che abbia chiesto al poliziotto: “Ditemi francamente: che possibilità ci sono che qualcuno venga rilasciato da Broadmoor [un manicomio criminale]?”

L’uomo dichiara poi: “La Durand-Deacon non esiste più. È completamente scomparsa e di lei non si troverà più nessuna traccia.” L’ispettore Webb gli chiede cosa sia accaduto alla donna. “L’ho sciolta nell’acido”, spiega Haigh, “Ne troverete i rimasugli nell’acqua di scolo in Leopold Road [la strada in cui si trova il laboratorio dell’uomo].”

Egli rivolge, poi, una domanda retorica a chi lo sta interrogando: “Come farete a provare l’omicidio in assenza del corpo?”

In realtà, considera più di uno studioso del caso, Haigh sembra essere incorso in un equivoco comune: per dimostrare che è avvenuto un omicidio, la legge britannica non ha necessariamente bisogno del rinvenimento di un cadavere, quanto del cosiddetto corpus delicti, di un qualunque elemento, cioè, che comprovi la commissione di un crimine.

Dalla dichiarazione di Haigh raccolta dall’ispettore Symes: “[La Durand-Deacon e io] siamo andati a Crawley insieme, con la mia macchina. Era interessata a venire con me nella prospettiva di dedicarsi alla produzione di unghie artificiali. Dopo averla condotta all’interno del capannone in Leopold Road, le ho sparato dietro la testa […]. Poi ho raggiunto la mia macchina, da cui ho preso un bicchiere e, credo con un temperino, le ho praticato un’incisione alla gola, ho raccolto il sangue nel bicchiere e l’ho bevuto. Dopodiché le ho tolto i vestiti […], i gioielli, gli anelli, la collana, gli orecchini e il crocefisso, e l’ho posta in una vasca da quarantacinque galloni. Ho versato nella vasca dell’acido solforico […].”

Nei giorni successivi, prosegue Haigh nella sua deposizione, ha rabboccato l’acido nel recipiente fino a che il cadavere è risultato del tutto corroso e ne ha disperso i resti in strada. Confessa anche di aver ucciso altre persone, nel corso degli anni, attribuendo le sue azioni al fatto di essere un vampiro e di aver agito indotto dal bisogno di consumare il sangue delle sue vittime. In realtà, ripercorrendo la carriera criminale di John Haigh sembra che il movente che lo ha animato nei suoi delitti, pure caratterizzati da una insolita efferatezza, sia essenzialmente economico.

 

Olive Durand-Deacon

 

Furti, truffe e acido solforico

Nato il 24 luglio 1909 a Stamford, nel Lincolnshire, e cresciuto nel villaggio di Outwood, West Riding, Yorkshire, John George Haigh era figlio dell’ingegnere John Robert Haigh e sua moglie Emily Hudson, membri dei “Fratelli di Plymouth”, comunità protestante di ispirazione conservatrice. Durante l’infanzia e la prima giovinezza, aveva sviluppato un profondo amore per la musica sinfonica e manifestato attitudine per il pianoforte. Conclusa la scuola, per un anno era stato apprendista presso una ditta di ingegneri automobilistici e, in seguito, aveva lavorato nel settore assicurativo e pubblicitario. A vent’anni era stato licenziato perché sospettato di aver derubato uno dei suoi datori di lavoro. Il 6 luglio 1934 si era sposato con la ventitreenne Beatrice Hamer. Il matrimonio era ben presto naufragato. Lo stesso anno, Haigh era stato condannato per frode e, durante la sua permanenza in carcere, la moglie aveva dato alla luce una bambina, subito ceduta in adozione.

Nel 1936, uscito di prigione e abbandonato dalla moglie, Haigh si era trasferito a Londra, dove aveva iniziato a lavorare come autista per William McSwan, ricco proprietario di case da gioco. In seguito aveva assunto il falso nome di William Cato Adamson, fingendosi un avvocato con studi a Londra, nel Surrey e nel Sussex. Condannato nuovamente per frode a una pena detentiva di quattro anni, era stato rilasciato all’inizio della seconda guerra mondiale e, in seguito, aveva  subito ulteriori condanne per truffa. Si era nel frattempo interessato ai delitti del francese Georges-Alexandre Sarret che, nel 1925, aveva eliminato i corpi delle sue vittime distruggendoli nell’acido solforico.

Scarcerato nel 1943 e divenuto contabile presso una società di ingegneri, si era imbattuto nel suo ex datore di lavoro William McSwan. Questi lo aveva presentato ai suoi genitori, Donald e Amy. Ben presto Haigh aveva maturato il proposito di uccidere William, attuandolo il 6 settembre 1944: attirato l’uomo in uno scantinato sito al numero 79 di Gloucester Road, Londra, lo aveva colpito e collocato in una vasca nella quale aveva poi versato dell’acido solforico. Due giorni dopo si era quindi liberato dei resti della vittima, disperdendoli in un tombino.

Aveva detto ai genitori di McSwan che il figlio si era nascosto in Scozia per sottrarsi alla chiamata alle armi. Il 2 luglio 1945, aveva ucciso anche loro, attirandoli nel seminterrato di Gloucester Road. Si era quindi appropriato degli assegni pensionistici dell’anziana coppia e aveva venduto le loro proprietà.

Trasferitosi presso l’Onslow Court Hotel di Kensington, nell’estate del 1947, Haigh si era trovato di nuovo privo di soldi e aveva individuato altre vittime nel dottor Archibald Henderson e in sua moglie Rose. Aveva quindi rubato un revolver allo stesso  Henderson e affittato un piccolo laboratorio al numero 2 di Leopold Road a Crawley, nel Sussex, presso cui aveva trasferito la vasca e l’acido già impiegati in precedenza. Il 12 febbraio 1948, aveva quindi condotto Henderson a Crawley con il pretesto di mostrargli un’invenzione. Giunti al laboratorio, Haigh aveva sparato all’uomo e, subito dopo, condotto in loco anche la moglie, uccidendola a sua volta. Disfattosi dei loro resti nel consueto modo, l’omicida aveva venduto i loro beni, falsificando una procura. La sua vittima successiva sarebbe stata appunto Olive Durand-Deacon.

 

Altre vittime di Haigh (da sinistra, Amy McSwan e i coniugi Henderson)

 

Ulteriori indagini e processo

Dopo le dichiarazioni rilasciate da Haigh alla polizia, le indagini relative alla scomparsa della ricca vedova proseguono con l’esame delle acque di scolo presenti all’esterno del magazzino di Leopold Road. Di ciò viene incaricato Keith Simpson, patologo forense, docente alla Guy’s Hospital Medical School e all’università di Londra.

All’estremità di una chiazza di liquame di circa un metro e venti per poco meno di due, egli individua del pietrisco. “Ne raccolsi un [esemplare] e lo esaminai con la lente”, annota, “aveva circa le dimensioni di una ciliegia e somigliava moltissimo alle altre pietre, tranne per il fatto di avere sfaccettature levigate.”

Il professor Simpson ipotizza che il reperto sia un calcolo biliare della Durand-Deacon. Analisi successive confermarono l’ipotesi. La fanghiglia rinvenuta, del peso complessivo di duecentoventi chili, viene analizzata in laboratorio: ne sono estratti denti artificiali, brandelli di una borsetta, alcuni frammenti di ossa e altri calcoli biliari. Il dentista della Durand-Deacon, cui gli investigatori mostrano le protesi dentarie, si dice certo che appartengano alla vittima.

Nel processo che segue, la difesa di Haigh, curata dall’avvocato Sir David Maxwell Fyfe, invoca prevedibilmente, per il proprio assistito, l’infermità mentale, asserendo che egli sia cresciuto in un contesto familiare caratterizzato da fanatismo religioso e crudeltà, e che, fin dall’infanzia, sia stato spesso vittima di sogni particolarmente cruenti e traumatizzanti. Il dottor Henry Yellowlees, consulente della difesa, riconosce l’imputato affetto da paranoia e afferma: “L’assoluta, insensibile, allegra, svagata e quasi amichevole indifferenza con cui l’accusato liberamente ammette di aver commesso i propri crimini non ha precedenti nella mia esperienza.”

La giuria mostra però di condividere l’impianto accusatorio, ritenendo l’imputato pienamente capace di intendere e di volere (“Not mad, but bad”, secondo la definizione del Procuratore Generale Sir Hartley Shawcross, che ha sostenuto l’accusa) e, dopo una camera di consiglio di pochi minuti, giudica Haigh colpevole. Il giudice, Sir Richard Travers Humphreys, pronuncia  la condanna a morte. Avverso la sentenza non viene proposto appello, fatto insolito in caso di condanna alla pena capitale.

John Haigh viene impiccato il 10 agosto 1949. Nel testamento, lascia i propri abiti al museo delle cere di Madame Tussauds, chiedendo che vengano impiegati per abbigliarvi la sua riproduzione.

 

John George Haigh

 

Per approfondire:

B. Lane, Chronicle of 20th Century Murder, Wiltshire, Select Editions, 1995.

G. Honeycombe, The Murders of the Black Museum (1870-1970), Wiltshire, Bloomsbury Books, 1984.

E. Lustgarten, “The acid-bath virtuoso”, in R. Wilkes (Ed.), The Mammouth Book of CSI. Over Thirty Real-Life Crime Scene Investigations Solved by Forensics, London, Robinson, 2007.

L. Marrone, Delitti al microscopio. L’evoluzione storica delle scienze forensi, Roma, Gangemi, 2014.

N. Root, Frenzy! Heath, Haigh and Christie, London, Arrow Books, 2011.

E.J. Wagner, La scienza di Sherlock Holmes, Torino, Bollati Boringhieri, 2007.