La strana morte di Marilyn Monroe

 

“Probabile suicidio”, conclude il rapporto del coroner relativo al decesso di  Marilyn Monroe, nell’agosto 1962. La vicenda, è noto, suscita tutt’ora interesse e controversie. Nel corso dei decenni, le ipotesi sulle reali cause del decesso dell’attrice si sono moltiplicate. Abbondano libri, documentari, inchieste giornalistiche, non sempre del tutto attendibili nelle conclusioni cui approdano.

Dal punto di vista criminologico, il caso presenta più di un motivo di interesse. Per la particolarità delle circostanze del ritrovamento del corpo senza vita dell’attrice. Per l’applicazione, in sede di indagine, dell’autopsia psicologica, metodo analitico allora agli esordi. Per le singolari conclusioni cui sembrano approdare l’esame autoptico e quello tossicologico,

4 agosto 1962, ore 4,25: il sergente Jack Clemmons, della polizia di Los Angeles, risponde alla telefonata del dottor Hyman Engelberg, che comunica che Marilyn Monroe si è suicidata. L’uomo precisa di essere il suo medico curante e di trovarsi in casa dell’attrice.

Clemmons raggiunge l’abitazione della Monroe, al n. 12305 di Fifth Helena Drive. Viene ricevuto dalla governante, Eunice Murray, che conferma che l’attrice si è suicidata.

 

12305 di Fifth Helena Drive, Los Angeles

 

Accompagna il sergente nella camera da letto in cui giace il corpo, coperto da un lenzuolo. Nella camera vi sono due uomini: Engelberg e Ralph Greenson, psichiatra della Monroe, che conferma a sua volta il suicidio. Aggiunge che l’attrice avrebbe ingerito tutte le compresse contenute in un flacone di Nembutal posto sul comodino.

Secondo quanto dichiarato dal sergente Clemmons, Marilyn Monroe giace prona sul letto. Il filo del telefono passa sopra la sponda e sparisce sotto il corpo. Su quest’ultimo risultano evidenti, a detta del poliziotto, diversi ematomi. I presenti negano che il corpo sia stato spostato.

Eunice Murray riferisce di aver scoperto il decesso verso mezzanotte. E di aver immediatamente chiamato Greenson, giunto dopo mezzanotte e mezzo. La sera prima, continua, si è ritirata verso le dieci e mezzo. Ha notato che la luce filtrava da sotto la porta della camera di Marilyn. A mezzanotte si è svegliata per andare in bagno. Da Marilyn c’era ancora la luce accesa. Preoccupata, ha girato la maniglia, la porta risultava chiusa dall’interno. In assenza di risposta, la Murray ha quindi chiamato Greenson che, giunto sul posto, è riuscito a entrare nella camera dell’attrice rompendo il vetro della finestra.

 

Pianta dell’abitazione di Marilyn Monroe

 

Clemmons chiede ai medici perché hanno atteso più di tre ore prima di chiamare la polizia. Greenson risponde che, prima di procedere, dovevano ottenere l’autorizzazione dell’ufficio stampa della 20th Century Fox, casa di produzione per la quale l’attrice stava girando un film.

A quanto riportato da alcune fonti, all’arrivo di Clemmons nella stanza da letto non risultano presenti bicchieri, né se ne trovano nel bagno adiacente, dove l’acqua è stata chiusa per consentire dei lavori di ristrutturazione. Una delle foto realizzate nel corso del successivo sopralluogo mostrerebbe invece un bicchiere sul pavimento, accanto al corpo dell’attrice.

Nel corso dell’indagine, il sergente Robert Byron interroga di nuovo i presenti (in loco sono giunti anche Milton Rudin, l’avvocato di Marilyn, l’addetta stampa Patricia Newcomb e Norman Jefferies, che collabora alla gestione domestica).

Eunice Murray ripete quanto già riferito a Clemmons, con una differenza: afferma di aver notato la luce sotto la porta della stanza di Marilyn non a mezzanotte ma verso le 3,30 e di aver telefonato a Greenson alle 3,35. Engelberg, da parte sua, riferisce di aver constato il decesso alle 3,50. Versioni, queste, confermate in un verbale sottoscritto il 6 agosto 1962.

A proposito della luce sotto la porta della stanza di Marilyn, notata dalla Murray, si accerta che, di recente, in casa era stata installata la moquette che, a detta di un amico dell’attrice, avrebbe reso difficoltoso chiudere la porta della sua stanza. Improbabile, dunque, che la luce potesse filtrarvi.

Il 5 agosto, il coroner Theodore Curphey incarica il giovane Thomas Noguchi, medico legale di recente nomina, di procedere all’autopsia.

Questi i risultati, in estrema sintesi. Macchie ipostatiche sul volto, sul collo, sulle braccia, sul torace e sull’addome (compatibili con la posizione prona in cui la donna è stata trovata); più lievi sulla schiena e sulla parte posteriore delle braccia e delle gambe (non compatibili con la posizione di rinvenimento, il che legittima l’ipotesi che il corpo sia stato spostato). Area ecchimotica sull’anca sinistra e sul lato sinistro del fondoschiena (Noguchi, in seguito: “Quell’ematoma non è mai stato spiegato esaurientemente. […] L’ecchimosi è un segno di violenza.”).

Stomaco completamente vuoto, mancano del tutto tracce anche minime di droghe o sedativi. L’ingestione di cloralio idrato produce un tipico “odore di pera”, di cui le vittime risultano impregnate, assente in questo caso.

 

 

Referto autoptico di Marilyn Monroe

 

L’esame tossicologico, affidato al dottor Abernethy, pone in evidenza:

  • nel sangue, presenza di 4,5 milligrammi per cento millilitri di Pentobarbital (Nembutal) e di 8 milligrammi per cento millilitri di cloralio idrato.
  • nel fegato, 13 milligrammi per cento grammi di Pentobarbital.

Mancano, nel referto, gli esiti degli esami di intestino, reni e urina. Impossibile determinare le modalità di assunzione delle sostanze.

Si conclude che la morte dell’attrice sia un probabile suicidio per overdose di barbiturici.

 

“Los Angeles Times” del 6 agosto 1962

 

Il Centro Prevenzione Suicidi, con sede presso l’Università di Los Angeles, riceve l’incarico di valutare, appunto, se la donna abbia agito intenzionalmente. Si sperimenterà, nell’occasione, una tipologia di analisi denominata autopsia psicologica. La si può definire “una forma di perizia psicologica nei casi di morte violenta che raccoglie i dati riguardanti la vittima al fine di ricostruire il suo profilo psicologico e il suo stato mentale ed esistenziale prima del decesso, così da valutare quelle specifiche condizioni che possono aver concorso al tragico epilogo.”

Il Centro Prevenzione Suicidi vede impegnati, tra gli altri, psichiatri come Robert Litman, Norman Farberow, Norman Tabachnick. A quanto riportato da Wolfe (1999), poco prima di iniziare le indagini, il gruppo ottiene un ingente finanziamento dall’Istituto Nazionale di Salute Mentale, nell’ambito di un programma governativo promosso da Robert Kennedy.

21 agosto 1962: i componenti del Centro espongono, in conferenza stampa, le conclusioni cui sono pervenuti: “La Monroe aveva sofferto a lungo di turbe psichiche. […] Nel corso della nostra inchiesta abbiamo appreso che la signorina Monroe aveva sovente espresso il desiderio di rinunciare, di ritirarsi e persino di morire. Più di una volta, in passato, quando era abbattuta o depressa, aveva tentato il suicidio con i sedativi. In tali occasioni, aveva chiesto aiuto ed era stata salvata. In base alle informazioni raccolte sugli eventi della sera del 4 agosto, è nostra opinione che si accaduta la stessa cosa, questa volta senza salvataggio. […] Considerando tutti i dati in nostro possesso, è nostra convinzione che il suo decesso sia dovuto a suicidio.”

Questa la versione ufficiale, tutt’ora ritenuta la più plausibile. Non ci dilungheremo sui numerosi scenari alternativi, di notevole suggestione ma, assai spesso, privi di riscontro.

Concludiamo però con una breve considerazione, suggerita dalle fonti consultate, relativa agli esiti degli esami condotti post mortem. Per raggiungere una concentrazione ematica di 4,5 milligrammi per cento millilitri di Pentobarbital, come posto in evidenza nel referto tossicologico, la Monroe avrebbe dovuto ingerire da ventisette a quarantadue compresse di Nembutal.

Per ottenere una concentrazione ematica di 8 milligrammi per cento millilitri di cloralio idrato, avrebbe dovuto assumere da quattordici a ventitré compresse.

Dunque, in tutto, tra le quarantuno e le sessantacinque compresse. E questo per quanto riguarda gli esiti del solo esame del sangue.

I 13 milligrammi per cento grammi di Pentobarbital individuati nel fegato, potrebbero ricondursi solo all’ulteriore ingestione da undici a ventiquattro compresse di Nembutal.

Nello stomaco della Monroe, a quanto risulta, non sono state rivenute tracce di medicinali. Nei casi di avvelenamento acuto per ingestione di barbiturici, simili tracce sono riscontrabili anche con l’assunzione di più di dodici compresse.

Non si registrano, infine, casi di morte per assunzione di una dose correlata a una concentrazione ematica di pentobarbital e di cloralio idrato come quella accertata nel caso di specie, perché la vittima decede prima di giungere a tali livelli.

Al di là delle speculazioni sensazionalistiche e dei facili complottismi, qualche dubbio sul verdetto  di “probabile suicidio” sembra quindi giustificato.

 

 

Per approfondire:

B. Bonicatto, T. Garcia Pèrez, R.R. Lòpez, L’autopsia psicologica. L’indagine nei casi di morte violenta o dubbia, Milano, Franco Angeli, 2006.

G. Gulotta, Breviario di psicologia investigativa, Milano, Giuffré, 2008.

L. Marrone, Lezioni di criminologia, Roma, Edizioni Kappa, 2018.

E.S. Schneidman, Suicidiology: contemporary developments, New York, Grune and Stratton, 1976.

E.S. Schneidman, N.L. Farberow, “Sample investigations of equivocal deaths”, in N.L. Farberow, E.S. Schneidman (eds.), The cry of help, New York, McGraw-Hill, 1961.

D.H. Wolfe, Marilyn Monroe. Storia di un omicidio, Milano, Sperling & Kupfer, 1999.