Follia omicida. Assassini seriali, di massa e compulsivi

Il fenomeno dell’omicidio multiplo è particolarmente complesso e multiforme. Gli studiosi sono giunti a coglierne la portata, possiamo dire, per approssimazioni successive.

In uno studio del 1962, James Reinhardt impiega il termine chain killers (assassini a catena) per designare soggetti che uccidono in modo reiterato, con intervalli di tempo tra un’aggressione e l’altra.

Il britannico John Brophy utilizza per la prima volta l’espressione serial murder in un contributo del 1966. Lo psichiatra americano Donald Lunde la adotta a sua volta in uno studio che fa anche riferimento al concetto di mass murder per designare l’omicidio che coinvolge più vittime e che, dunque, si differenzia dal single murder.

 

Copertina dello studio di Donald Lunde

 

Nel 1979, l’F.B.I. introduce una categorizzazione dell’omicidio multiplo fondata sulle differenti peculiarità operative del soggetto agente e dei profili vittimologici dei delitti.

Tale classificazione, peraltro non pacificamente accettata dagli studiosi, prevede tre gruppi di omicidi, serial killer, spree killer e mass murderer.

Serial killer (omicida seriale): inizialmente identificato in un soggetto che commette tre o più delitti, con caratteristiche di mostruosità e un intervallo di tempo tra un’aggressione e l’altra, caratterizzato da raffreddamento emotivo (cooling-off period). Joel Norris individua, in tale intervallo emotivo, otto fasi. Attualmente, per poter ricomprendere un omicida nella categoria del serial killer, la dottrina ritiene sufficienti due aggressioni avvenute in più di un luogo o scena del crimine. In molti casi, la coazione a ripetere induce i serial killer a reiterare la propria condotta criminosa, finché non vengono individuati e arrestati o muoiono.

Ronald Holmes e Stephen Holmes definiscono l’omicida seriale come un predatore che uccide tre o più persone in un arco di tempo superiore a un mese, con significative pause tra un omicidio e l’altro. Propongono una classificazione comprendente quattro tipologie di omicida seriale:

  • visionario (o allucinato): soggetto psicotico che soffre di una grave forma di distacco dalla realtà a causa della quale sente voci o ha delle visioni, giungendo anche a credere di essere un’altra persona o di essere costretto ad agire;
  • missionario: rivela una coazione a uccidere solo determinate tipologie o categorie di soggetti, ritenendo che non meritino di vivere (barboni, prostitute, tossicodipendenti, etc.). Non risulta essere uno psicotico, decide consapevolmente di attuare i propri propositi;
  • edonista proteso al piacere sessuale: pone in relazione il piacere sessuale con la morte. È indotto ad agire dalla necessità di rendere concreta una sua fantasia sessuale violenta;
  • edonista proteso alla ricerca del brivido: attraverso il suo modo di infierire sulla vittima, vuole ottenere piacere personale e/o sessuale. Necessita quindi di una vittima cosciente, in grado di comprendere cosa le sta accadendo. La mantiene in vita a lungo, prima di ucciderla;
  • edonista proteso al tornaconto personale: in genere uccide per ottenere gratificazioni economiche (eredità, premi assicurativi, etc.) o altri incentivi di carattere materiale. Le sue vittime possono essere familiari o conoscenti. Non è insolito che operi facendo sì che i suoi delitti appaiano morti conseguenti a malattie o disgrazie;
  • orientato al controllo e al dominio della vittima: trae gratificazione dal soggiogare completamente la vittima, dall’esercitare su di essa un controllo assoluto. Le impone determinati comportamenti ricorrendo alla forza fisica o alla manipolazione psicologica.

Per ciascuna tipologia di omicida seriale, gli Autori individuano precise peculiarità comportamentali.

 

Il serial killer Ted Bundy, secondo alcuni riconducibile alla categoria dell’omicida seriale orientato al domino della vittima

 

Spree killer (omicida compulsivo): l’autore di almeno due o tre delitti (a seconda degli Autori) posti in essere in tempi e luoghi differenti ma consecutivi, come se il soggetto si conformasse a un’unica spinta distruttiva, innescata dalla medesima causa scatenante. In genere non conosce le sue vittime e non rimuove le tracce dei suoi atti, giungendo perciò a essere facilmente arrestato. Un’efficace rappresentazione cinematografica del fenomeno è costituita, com’è noto, dal film Un giorno di ordinaria follia (1993), diretto da Joel Schumacher e interpretato da Michael Douglas.

Quella dello spree killer è una categoria criminologica controversa: secondo Michael Newton non sarebbe caratterizzata da una specifica, peculiare autonomia fenomenologica.

 

Immagine del massacro della Columbine High School, 20 aprile 1999

 

Mass murderer (omicida di massa): uccide o tenta di uccidere diverse persone, nello stesso momento e nel medesimo luogo. Non conosce le sue vittime, in genere scelte in modo casuale. L’F.B.I. ritiene necessarie, al fine di ricomprendere un omicida in tale categoria, almeno tre aggressioni.

Alla luce di quanto sopra considerato, è possibile cogliere una differenza, sia pure in effetti spesso sfuggente con riferimento a casi concreti, tra tale tipologia di omicida e lo spree killer: entrambi agiscono, diversamente dall’assassino seriale, mossi da un unico impulso omicida; il mass murderer opera però in un solo contesto e nello stesso momento, lo spree killer si spinge a colpire in più di un ambiente e ciò richiede necessariamente delle interruzioni, sia pure minime, tra un’azione omicida e l’altra. Azioni comunque riconducili, come detto, alla medesima spinta distruttiva, senza il raffreddamento emotivo proprio dell’omicida seriale.

In generale, nell’ambito dei mass murderer è possibile distinguere tra:

Classic mass murderer (omicida di massa classico): rivolge la propria aggressività nei confronti di estranei, percepiti però come simbolo della società o, comunque, dei contesti che egli sente di dover colpire. È il caso, ad esempio, di chi entra in un ufficio pubblico o in un locale affollato e inizia a esplodere colpi d’arma da fuoco contro i presenti, colpendo senza apparente motivo. È possibile che, conclusa la strage, egli si tolga la vita o venga ucciso dalle forze dell’ordine. Un simile soggetto risulta normalmente affetto da paranoia o da schizofrenia paranoide.

Family mass murderer (omicida di massa familiare): focalizza la propria carica aggressiva sulla sua famiglia, spesso sterminandola. A sua volta, si toglie spesso la vita, appena conclusa l’aggressione omicida. Talvolta si palesa un principale proposito suicida del soggetto, attuato in modo clamoroso e plateale coinvolgendo, appunto, i propri familiari (“suicidio allargato”). Il family mass-murder rivela spesso disturbi depressivi, comportamenti paranoici e sindromi persecutorie. È, però, frequente che le stragi in ambito familiare risultino riconducibili al novero dei crimini passionali e commessi d’impulso, spesso determinati da difficoltà relazionali.

La strage compiuta da Gian Luigi Ferri in uno studio legale di San Francisco, 1 luglio 1993

 

 

 

 

Per approfondire:

J.E. Douglas, A.W. Burgess, A.G. Burgess, R.K. Ressler, Crime Classification Manual, Torino, Centro Scientifico Editore, 2008.

R.M. Holmes, S.T. Holmes, Omicidi seriali. Le nuove frontiere della conoscenza e dell’intervento, Torino, Centro Scientifico Editore, 2000.

D. Lunde, Murder and madness, San Francisco, San Francisco Book Company, 1976.

L. Marrone, Appunti di Criminologia. Lo studio del delitto e le sue applicazioni, Roma, Bulzoni, 2017.

V.M. Mastronardi, R. De Luca, I serial killer, Roma, Newton Compton, 2011.

J. Norris, Serial killer, New York, Anchor Books, 1998.

G.B. Palermo, V.M. Mastronardi, Il profilo criminologico. Dalla scena del crimine ai profili socio-psicologici, Milano, Giuffré, 2005.

J. Reinhardt, The psychology of strange killers, Springfield, C. Thomas Publisher, 1962.