Edmond Locard, criminologo eclettico e geniale investigatore

Lione, gennaio 1910. Nelle gelide soffitte del locale Palazzo di Giustizia, vede la luce un singolare laboratorio, il primo attrezzato per effettuare indagini scientifiche. Vi lavorano, inizialmente, solo una guardia campestre e un agente di polizia. A realizzare e dirigere tale, innovativa impresa è un giovane criminologo di nome Edmond Locard.

A trentatre anni (è nato a Saint-Chamond nella Loira il 13 dicembre 1877, suo padre è un ingegnere con la passione per le scienze naturali, sua madre una donna di grande cultura che trasmette al figlio l’amore per la musica e il teatro), vanta un doppio diploma, in lettere e scienze, una laurea in medicina (1902) e una in giurisprudenza (1905). Allievo e collaboratore del medico e criminologo Alexandre Lacassagne, nel 1906 ha tra l’altro preso parte al VI Congresso di Antropologia Criminale, svoltosi a Torino e, nell’occasione, ha incontrato Cesare Lombroso, Alphonse Bertillon e Rodolphe Archibald Reiss, tra i massimi esperti dell’epoca in scienze criminali.

Al Congresso, il giovane Edmond ha proposto anche una relazione intitolata Les services actuels d’identification et la fiche internationale nella quale, con notevole lungimiranza, ha auspicato l’internazionalizzazione della lotta alla criminalità, negli obiettivi e nei metodi. Nel 1909 ha pubblicato L’identification des récidivistes, basato sulle sue approfondite e articolate ricerche in materia.

Il laboratorio da lui creato si dedica, inizialmente, all’identificazione antropometrica, realizzando e classificando i cartellini segnaletici dei recidivi secondo l’articolato protocollo elaborato da Bertillon (il Bertillonage, appunto). In breve, estenderà le sue competenze a ogni branca dell’investigazione scientifica e giungerà a costituire un modello per tutti i laboratori di criminalistica che sorgeranno in Europa e negli Stati Uniti (la criminalistica è appunto quell’insieme di discipline finalizzate alla ricerca, all’acquisizione e all’analisi delle tracce materiali del reato al fine di ricostruirne la dinamica e individuarne il responsabile).

Tra le sperimentazioni compiute da Locard in tale ambito, ricordiamo, ad esempio, quelle relative alla poroscopia, innovativa tecnica di analisi dattiloscopica, volta non allo studio delle creste papillari dell’impronta digitale ma, più approfonditamente, dei pori presenti su ciascuna cresta. Questi presentano, constata Locard, peculiarità assai utili a fini di indagine.

 

Locard nel suo laboratorio

 

Anni dopo, in un discorso tenuto presso l’Accademia lionese di Scienze, Belle Lettere e Arti, enuncia per la prima volta quello che sarebbe in seguito divenuto noto proprio come il principio di interscambio. L’autore di un crimine, secondo tale principio, lascia invariabilmente tracce di sé sulla vittima e sulla scena e prende su di sé tracce di queste. “Ogni contatto lascia una traccia”, secondo una sintetica formulazione successiva. È, possiamo dire, il fondamento programmatico e il paradigma dell’investigazione scientifica.

Locard ha legato il proprio nome a numerosi casi criminali, risolti grazie al suo prezioso contributo di consulente. Tra questi, assai nota è una singolare vicenda verificatasi nella cittadina di Tulle, nel sud-ovest della Francia. Fin dal 1917, gli abitanti ricevono lettere anonime dal contenuto infamante, i cui destinatari vengono accusati delle azioni più abiette, soprattutto a carattere sessuale. Le prime lettere vengono spedite dall’ufficio postale; quando questo viene posto sotto sorveglianza dalla polizia, iniziano a essere consegnate a mano. In breve si instaura, nella cittadina, un opprimente clima di malignità e di sospetto.

Un giorno, un prete trova una busta infilata sotto la porta di un farmacista e la consegna al destinatario. Questi la legge e, subito dopo, si scaglia violentemente contro il prete. I rumori di colluttazione richiamano i vicini, che riescono a trattenere l’aggressore e scoprono che lo scritto accusa l’uomo di chiesa di avere una relazione proprio con la moglie del farmacista.

Un altro abitante di Tulle, ricevuta una di queste missive anonime, viene colpito da una gravissima forma di depressione che lo conduce alla morte in una clinica psichiatrica.

L’invio delle lettere si protrae fino all’inizio degli anni Venti. Nel 1922, Edmond Locard si interessa del caso e si dedica al minuzioso esame dei numerosissimi messaggi anonimi, comparandone la grafia in stampatello con quella di una giovane del luogo di nome Angèle Laval. La donna – a quanto risulta, molto religiosa e dalla reputazione irreprensibile – vive con la madre ed è sospettata di essere l’autrice delle missive perché avrebbe parlato con qualcuno dei contenuti di una lettera non ancora giunta al destinatario.

Nella sua analisi, il criminologo impiega un metodo da lui stesso elaborato, che ricomprende l’esame delle caratteristiche generali della scrittura e dei singoli tratti grafici e, infine, l’identificazione e il confronto delle forme lessicali impiegate.

Per ottenere campioni della grafia dalla sospettata, Locard fa scrivere la giovane donna sotto dettatura per quasi un giorno intero, sottraendole subito i fogli appena riempiti. La sospettata ha ripetute crisi isteriche.

L’analisi rivela che la scrittura della maggior parte delle lettere anonime appartiene effettivamente alla ragazza: nei saggi di comparazione, questa ha tentato di improvvisare la dissimulazione di certi suoi tratti grafici peculiari, non riuscendovi sempre nella stessa maniera. Il suo modo di tracciare la lettera “y”, inoltre, rivela delle evidenti caratteristiche distintive.

Con lo stesso procedimento analitico-comparativo, Locard riesce poi a stabilire che le lettere non attribuibili alla giovane sono state redatte dalla madre.

Le donne, per sottrarsi all’arresto imminente, fuggono e si gettano in un lago: la più anziana muore e Angèle viene tratta in salvo da un passante, processata e condannata a due mesi di prigione e a un’ammenda di cinquecento franchi. A proposito della devozione religiosa della ragazza, probabilmente più assimilabile al fanatismo che a una fede autentica e profonda, il cattolico Locard considera, con sarcasmo: “Non c’è niente di più torbido del sogno di un ‘santo’”.

Dalla vicenda, lo scrittore Jean Cocteau trarrà in seguito l’opera teatrale La Machine a écrire (1941) e il regista Henri-Georges Clouzot il film Il Corvo (Le Corbeau, 1943), uno dei capolavori del cinema francese.

 

Locandina de Il Corvo di Henri-Georges Clouzot

 

Profondo estimatore di Arthur Conan Doyle e del suo Sherlock Holmes, nel gennaio 1927 Locard scrive all’autore scozzese: “È stato grazie a voi che ho iniziato le mie ricerche e che ho scelto la mia professione. Ho spesso tratto ispirazione dai vostri scritti. […] Quando i giovani mi chiedono di consigliare loro delle letture che li introducano all’investigazione criminale, io indico loro Sherlock Holmes prima di Reiss, Lacassagne o Gross […]”.

Nel 1931, Locard pubblica i primi due dei sette volumi del suo Traité de Criminalistique, opera considerata un fondamentale, irrinunciabile punto di riferimento per chiunque pratichi l’investigazione scientifica.

 

Il Trattato di Criminalistica

 

Si dedica anche alla narrativa poliziesca (sua la serie delle Causes Célèbres), alla musica (è violinista, membro della giuria del Conservatorio di Lione e critico musicale), alla filatela (Manual du philatéliste, 1942).

Muore a 89 anni, il 4 maggio 1966. Nel corso della sua vita, ha esplorato e praticato, con inesauribile curiosità e trascinante entusiasmo, ogni aspetto dell’investigazione grazie al suo non comune eclettismo, alla sua vocazione in pari tempo di umanista e di scienziato, di artista e di studioso.

 

 

 

Per approfondire:

M. Larriaga, La fabuleuse histoire d’Edmond Locard, flic de province, Brignais, Editions des Traboules, 2007.

E. Locard; R. Corvol, Mémoires d’un criminologiste, Paris, Fayard, 1957.

L. Marrone, Delitti al microscopio. L’evoluzione storica delle scienze forensi, Roma, Gangemi, 2014.

M. Mazevet, Edmond Locard, le Sherlock Holmes français, Brignais, Editions des Traboules, 2006.

H. Soederman, Policeman’s Lot. A Criminalist’s Gallery of Friends and Felons, New York, Funk & Wagnalls, 1956.